PERSONAGGI

 

GIOVANNI PINTORI

Il pubblicitario che da Tresnuraghes conquistò il mondo

Giovanni Pintori (14 July 1912 - 15 November 1999) was an Italian graphic designer known mostly for his advertising work with Olivetti. He is known for his use of geometric shapes and minimalist style in his advertising posters, specifically his posters for the Lettera 22 and the Olivetti logo.

Born: July 14, 1912, Tresnuraghes, Sardinia

Nationality: Italian

Occupation: Graphic Designer

Years active: 1936-1999

da un articolo di Luca Contini

13 aprile 2015

Interpretava il design e il linguaggio pubblicitario come una vera e propria arte e i suoi lavori divennero icone di stile apprezzate ed esposte nei musei più prestigiosi del mondo. Nonostante questo, Giovanni Pintori, nativo di Tresnuraghes, classe 1912, sembra figura conosciuta solo nella stretta cerchia degli addetti ai lavori, famoso a livello internazionale, meno conosciuto nella terra che gli diede i natali. In parte perchè la sua formazione e una parte importante della sua carriera si intrecciarono alle figure di due altri grandi sardi: Salvatore Fancello di Dorgali e Costantino Nivola di Orani che ebbero diversa fortuna e il cui nome ha di fatto una maggiore risonanza nell'immaginario sardo.

A vedere oggi le opere di Giovanni Pintori, se ne coglie però tutta la grandezza. Si capisce pienamente anche l'importanza che ebbe la sua creatività nel trasmettere e comunicare i valori della Olivetti, l'impresa italiana che faceva scuola di alta tecnologia in tutto il mondo e per la quale Pintori lavorò per più di trent'anni a partire dal 1936. Per l'impresa di Ivrea, alla quale lavorò anche Costantino Nivola, dal 1947 al 1967, svolse anche il ruolo di art director. Fin da giovanissimo manifestò uno spiccato talento per il disegno e a soli 18 anni vinse una borsa di studio bandita dal Consiglio dell'Economia di Nuoro, grazie alla quale si iscrisse all'Isia (Istituto per le Industrie Artistiche) di Monza. E' qui che incrociò la strada con Salvatore Fancello che vinse l'altra borsa di studio accedendo anch'egli all'Istituto. All'Isia incontrò docenti come Edoardo Persico, Giuseppe Pagano e Marcello Nizzoli che ne valorizzarono le spiccate doti e proprio Pagano lo coinvolse nella realizzazione della Mostra dell'Aeronautica di Milano. Arrivarono poi gli anni della Olivetti dove la sua produzione fu instancabile, ricchissima e poliedrica: numerosissima la quantità di manifesti, copertine, insegne, campagne pubblicitarie che lo fecero conoscere a tutto il mondo. Quel lavoro che anche oggi appare tutt'altro che datato, ma carico di innovazione, contribuirà in maniera decisiva all'espansione e alla commercializzazione del prodotto Olivetti e a collocare l'azienda italiana fra i movimenti culturali dell'epoca.

Il suo tratto, la sua attenzione per i dettagli e i particolari, l'utilizzo quasi esclusivo dei colori primari, le composizioni essenziali costituite di linee pulite, l'invenzione della tecnica foto-pittorica (dove alla foto dell'oggetto viene affiancata la concettualizzazione del suo diagramma) rendono unico il suo stile e inconfondibili i suoi messaggi. Lui stesso disse del suo lavoro e della sua ricerca: «Ho sempre creduto nella forza delle idee semplici e nell'esigenza di una lingua chiara e immediata e realmente accessibile a tutti, una lingua intesa a migliorare il gusto medio. Questo è l'obiettivo che mi sono posto molto tempo fa». [in «Giovanni Pintori, la severa tensione tra riserbo ed estro» di Massimiliano Musina, Fausto Lupetti editore]. Messaggio pubblicitario e arte, si fondono nelle sue composizioni, e il risultato è ancora oggi visibile in tutta la sua modernità. Arrivarono in quegli anni anche i primi riconoscimenti professionali e non saranno pochi. Nel 1950 ottenne il primo importante premio: la Palma d'oro della Federazione Italiana Pubblicità, premio che segna l'inizio di un periodo ricchissimo di soddisfazioni professionali e induce numerosi prestigiosi musei internazionali ad organizzare mostre in suo onore. Nel 1952 è il MoMA di New York, che dedica un'intera sala ai suoi lavori all'interno di una più vasta esposizione dal titolo Olivetti Design in Industry. Seguiranno il Louvre di Parigi, Losanna e la Biennale di Venezia. Nel 1955 l'AGI (Alliance Graphique Internationale) gli dedica un'intera mostra al Louvre di Parigi e nello stesso anno gli venne conferito il Certificato of Excellence of Graphic Arts dell'AIGA (Associazione dei grafic designer statunitensi). L'anno successivo, ottenne la medaglia d'oro e il Diploma di Primo Premio di Linea Grafica e della Fiera di Milano. Anche le riviste internazionali come Fortune, Graphic Design, Horizon iniziarono a pubblicare i suoi lavori.

Ultimo come nascita, ma non per importanza, fu il progetto dei Calendari d'arte Olivetti, (diventati un cult) da lui fortemente voluto e al quale si dedicò seguendone la realizzazione in tutte le fasi della produzione: dalla scelta dei soggetti, al taglio delle foto, alla riproduzione a colori. Scelse per le tavole opere di famosi pittori a partire dal primo calendario del 1951 dedicato a Rousseau. L'ultima fase della sua vita e della sua attività, dopo aver lasciato l'Olivetti nel 1967, la dedicò alla libera professione e, sempre come graphic designer, lavorò per Pirelli, Ambrosetti, Gabbianelli. Una carriera straordinaria di un artista che, nato a Tresnuraghes nel 1912, ha poi conquistato il mondo con le sue opere contribuendo in modo chiaro e determinante a cambiare i linguaggi della comunicazione.

[Foto: www.storiaolivetti.it]

Articolo realizzato con la collaborazione di M.Laura Contini


LUIGI CANETTO

Avvocato – Giornalista - Politico

(Da "Gente di Planargia" di Billia Muroni)


Nasce a Tresnuraghes il 6 aprile 1832, da "mastro" Peppe Canetto e Maria Antonia Fenu, secondo di nove figli. Supera gli studi secondari a Bosa o a Oristano (non ci sono notizie certe, mentre quelli primari probabilmente li aveva compiuti proprio a Tresnuraghes) e si iscrive alla Facoltà di Legge a Cagliari, dove si laurea intorno al 1850. Diventa Avvocato e lavora presso lo studio dell'Avvocato bosano Salvatore Parpaglia, a Oristano. Sposa Giovannangela Spada di Bosa, dalla quale ha due figlie: Maria e Giovannina.

Si stabilisce a Firenze tra il 1867 ed il 1868, dove conosce Giorgio Asproni ed inizia a i contatti con l'estremismo democratico e con la famiglia Bakunin (la figlia Maria sposerà Carlo Bakunin, figlio di Michele).

Entra come affiliato nella Massoneria, (loggia della Fratellanza Universale) e viene designato a rappresentare la loggia Goffredo Mameli di Sassari nell'assemblea del 29 maggio 1871 per poi trasferirsi a Roma, dove aderisce alla Loggia Universo.

Si presenta più volte candidato alle elezioni per la Camera dei Deputati nella circoscrizione di Macomer, confrontadosi dignitosamente con avversari del calibro di Efisio Cugia, ex ministro ed esponente della destra moderata (otterrà ben 496 voti contro i 696 del più quotato Cugia). Nel 1880 a Roma da vita al settimanale Vedetta Forense, di cui è anche proprietario e direttore. Ammiratore dell'opera e delle idee di Giovanni Battista Tuveri, patrocina la pubblicazione dei "Sofismi Politici" di quest'ultimo (Napoli 1883).

A Tresnuraghes patrocina l'istituzione della Società Operaia di Mutuo Soccorso, per la quale prepara lo Statuto (approvato il 25 luglio 1889) ed a sue spese ne cura la pubblicazione nel 1891. Di questa Società viene nominato Presidente Onorario.

Benchè massone Canetto ha sempre attribuito grande rilevanza alla religione, da posizioni di intransigente laicismo. In tarda età collabora inoltre ad un foglio legale e religioso di ispirazione vaticana e nel 1879 difende con successo l'illuminato Vescovo di Bosa Eugenio Cano, con il quale era in ottimi rapporti, nella causa contro il consiglio di amministrazione della confraternita lussurgese del Carmelo. Grazie a quella causa lo stesso Cano riuscirà a portare a compimento la riorganizzazione delle confraternite avviata con notevoli difficoltà nel 1872.

Luigi Canetto muore a Roma, l'11 agosto del 1893.


MONSIGNOR SATURNINO PERI

Saturnino Guglielmo Agostino Peri nacque a Tresnuraghes il primo marzo 1862 da Antonio, proveniente da Alghero, e dalla cagliaritana Maria Maddalena Fattaccio. Il padre, usciere della Pretura di Bosa, si era stabilito a Tresnuraghes sin dal 1857, dove erano nati anche i primi due figli, Filomena e Antonio Luigi Gaetano.

Seguito con sollecitudine dai nonni materni, fu iscritto dai genitori al Seminario Tridentino di Cagliari. Incardinato nella Diocesi cagliaritana nel 1883 Saturnino Peri, ancor prima di diventare sacerdote, ricevette l'incarico di insegnante presso il Ginnasio Superiore del Seminario e fu incaricato della disciplina degli alunni.

Ordinato sacerdote il 20 dicembre 1884, nel maggio del 1887 ebbe il dottorato in Teologia presso il Collegio Teologico e fu inserito come docente di Storia Ecclesiastica nel Seminario. Nominato parroco della Collegiata di Sant'Eulalia di Cagliari nel 1885, tre anni dopo superò il concorso e fu nominato parroco di Pimentel, dove rimase due anni.

Nel 1890 fu richiamato a Cagliari per insegnare nuovamente nel Seminario ed essere nominato dal Vescovo "beneficiato" parroco di San Giacomo e reggente della succursale di San Lucifero. Il 15 marzo 1892 fu chiamato a far parte del Collegio Teologico, per entrare nel quale, come da regola, presentò una dissertazione sul divorzio, che poi pubblicò, ricevendo una positiva citazione nella "Civiltà Cattolica". Nel Collegio insegnò Sacra Scrittura, Teologia Morale e Teologia Pastorale e ne fu Preside per tre anni. Per Nel 1896 divenne parroco "presidente" di San Giacomo, rimanendovi nove anni. Fu creato parroco della cattedrale di Cagliari e ne prese possesso il 31 maggio del 1905.

L'elezione a vescovo di Crotone del 16 giugno 1909 lo colse in questo incarico e i quelli di professore, assessore della Curia Arcivescovile, esaminatore prosinodale e componente della Giunta Tridentina del Seminario.

Dopo dieci anni, rientrò in Sardegna per prendere possesso della Diocesi di Iglesias, accompagnato da imponenti manifestazioni religiose e civili. Anche i cagliaritani, a dimostrazione della stima di cui godeva, accolsero questa nomina con grandi dimostrazioni di simpatia.

Da qui in avanti, riprese con più frequenza i suoi rapporti con Tresnuraghes, tramite l'amicizia personale che lo legava al parroco Antioco Mastinu, al quale non fece mai mancare il sostegno morale ed anche economico nelle iniziative intraprese per il miglioramento della chiesa locale.

Nel 1924 partecipò alla grande questua promossa per la ricostruzione della chiesa campestre di S. Antonio di Padova. Nel 1937, esprimendo la sua contentezza per i lavori di abbellimento della Parrocchiale con le nuove decorazioni della volta, si impegnò a finanziare la costruzione e la messa in opera del nuovo fonte battesimale in marmo.

Divenuto quasi cieco in seguito ad una lunga malattia, realizzò il desiderio espresso al parroco Mastinu di rientrare nel paese natale di Tresnuraghes "per vedere di nuovo la Parrocchia e tutti i miei cari ".

Qui trascorse gli anni della guerra e morì il 9 gennaio 1945.

SATURNINO PERI NEL PAESE NATALE


Da piccolo, fu allattato da una tata (Filomena Pala, sorella del padre della madre di Nannina Coga).

Lo finanziarono nei primi studi le facoltose sorelle Peralta, figlie del notaio Marco Luigi Raffaele e di Maria Maddalena Dejana, figlia quest'ultima, del "prinzipale" Giacomo Dejana e sorella del vicario parrocchiale di Tresnuraghes Giovanni Dejana. La maggiore delle sorelle Peralta, Anna Desideria, rimasta nubile, lo prese sotto le sue cure sin da bambino. Non fu da meno la sorella minore Maria Sofia Panolia, divenuta poi moglie del cugino, notaio Stefano Efisio Luigi Peralta. Anche questo, oltre la profonda amicizia e con il vicario parrocchiale Antioco Mastinu, spiega il particolare attaccamento di monsignor Saturnino Peri al paese natale e il motivo del suo ritorno successivo ritorno a Tresnuraghes.

Questo avvenne durante gli anni della seconda guerra mondiale. Giunse accompagnato da una nipote e dalla perpetua. Andò ad abitare al secondo piano della casa della famiglia Salvagnolu-Cavia, in Via Roma. Arrivò in treno e per il tragitto dalla stazione fino alla casa di abitazione fu accompagnato in calesse da Gigi Canalis.

Si affacciava alla finestra che dava sulla strada principale.

In una stanza, adibita a picola cappella, aveva un piccolo altare in legno dove celebrava Messa e pregava. Qualche tempo dopo la sua morte, questo altare fu portato all'Asilo delle suore vincenziane.

Data la sua quasi cecità, amava passeggiare tenuto a braccetto dalla nipote o dalla perpetua o da entrambe. Seguiva sempre lo stesso tragitto: casa di abitazione, tratto di Via Roma, bivio per largo Sebastiano Moretti (allora Largo Umberto I), Largo Sebastiano Moretti, Via Municipio, Via San Giorgio (allora Via Regina Elena) fino all'altezza della parrocchiale di San Giorgio, Via Parrocchia, Tratto di Via Principe Amedeo, ritorno in Via Roma all'altezza della casa della famiglia Piras-Poddighe, tratto di Via Roma fino a casa.

Amava, ricambiato, i bambini che lo seguivano sempre. Li intratteneva, recitava con loro qualche preghiera e faceva dare loro in regalo dalla nipote o dalla perpetua frutta secca o fichi secchi.

Ebbe per chierichetto Fellino Peralta (ex geometra).

Dopo la morte (9 gennaio 1945), il suo feretro fu esposto per tre giorni su un catafalco nel vicino Oratorio di Santa Croce e deposto nella bara solo quando fu trasportato nella parrocchiale di San Giorgio per le esequie solenni. Il suo feretro fu composto con indosso una mitra bianca, paramenti viola e scarpe rosse.

PRINZIPALES  TRESNURAGHESOS 

TRA 1700 E 1800

Sa segnora Maria Marras Angioy


E' figlia della nobildonna Isabel Sulas e moglie del notaio Juanuari Poddigue, che svolge la sua attività tra il 1727 e il 1761. Con i cinque figli e il marito risiede a Tresnuraghes, allora centro più importante e capoluogo dell'Incontrada della Planargia.

La conosciamo per mezzo dei documenti dell'archivio parrocchiale di Tresnuraghes: il suo testamento redatto dal notaio Antonio Naytana e l'atto di morte scritto il 7 gennaio 1766 dal sacerdote Joseph Marras Pinna. In quest'ultimo, in lingua spagnola, Maria Marras Angioy nomina curatore testamentario il figlio più giovane, reverendo Francisco Angel Poddigue. Lascia quattro scudi perché "sele aplicasse en tantas Missas resadas". Il sacerdote celebrante deve essere scelto dallo stesso suo figlio.

Dispone di essere inumata nella chiesa parrocchiale, dentro la Cappella del "Glorioso San Sebastian, à la mano, y parte de la Epistola", nel lato sinistro della navata. La fonte di questo privilegio è minuziosamente riportata dal reverendo Marras Pinna. Il diritto di sepoltura le appartiene "come figlia della defunta Maria Angela Angioy, e questa figlia della defunta donna Isabella Sulas, e questa figlia del fondatore della citata Cappella, il nobile defunto don Gregorio Sulas, e sorella del defunto don Dionisio Sulas". E' ricordato anche che è andata perduta una buona parte dei titoli familiari sulla cappella di San Sebastiano. Per questo, don Dionisio è costretto a rifondare su di essa il diritto di patronato e di sepoltura per sé e per i suoi successori. Lo fa nel testamento "escripto todo por la misma mano del notario Francisco Sanna".      


Su prinzipale Jassintu Querquy Sulas

Insieme al bosano Joseph Peralta, a Jacamu Deyana di Pozzomaggiore e alla moglie Sofia Falque e a Miguel Musiu Ligas, è uno dei "prinzipales" presenti nel 1700 a Tresnuraghes. I "prinzipales", i ricchi, dispongono in larga misura di danaro, bestiame e beni immobili. Non di rado prestano ad usura cereali per la semina o soldi, riuscendo così anche a controllare la vita sociale e amministrativa dei paesi.

"Jacintus Paulus", fa parte di una ricca famiglia, che con la numerosa parentela è stabilita a Bosa e a Tresnuraghes. Secondo di sei figli, nasce nel gennaio del 1729 da Filissia Sulas e da Gregory De Querquy, in quel periodo delegato del marchese della Planargia. Nel 1765, Jassintu è procuratore della chiesa di Santa Croce. Sposata Maria Cadony, è anch'egli nominato delegato e giudice ordinario del marchesato. In questa veste, lo troviamo in un atto dell'archivio parrocchiale di Tresnuraghes. Nel 1769 Maria Angela Sequy, perché donna, non può vendere parte della sua vigna al sacerdote Antonio Barbaranu, se non con "autoridad y decreto del Magnifico Señor Delegado del presente Marquesado de la Planargia Jassinto Querquy Sulas". Possiede terre in Martìne, Allò, Zia Bernardina, il salto di Puttu, la tanca di Tirri e le vigne di Rughes e Tingas.

Nel libro di amministrazione "de la Capilla de los Gloriosos Martires Gavino, Proto y Januario" è citato come curatore, insieme alla madre, di un lascito di sessantadue scudi e mezzo fatto dallo zio Juan Matheo. La donazione è a favore del beneficio del curato, per la celebrazione da parte dei sacerdoti del paese, di una Messa mattutina perpetua ogni lunedì. Una ventina di anni dopo il "molto reverendo dottore in diritto" don Gregorio De Querquy Sulas, suo cugino, è nominato vicario parrocchiale di Tresnuraghes. Il "Prinzipale" Jassintu De Querquy e la sua numerosa famiglia risiedono nell'abitazione paterna di Via Principe Amedeo (oggi casa Canalis). Muore l'otto dicembre 1800 ed è sepolto nella cappella di San Martino della chiesa parrocchiale.     


Su canonigu Mossen Miali

E' "su multu reverendu" Sebastiano Maiali, primo canonico con la prebenda di Tresnuraghes di cui si ha finora notizia. La sua vita e la sua attività si collocano tra la prima e la seconda metà del millecinquecento. "Mosen" è un antico appellativo dato ai nobili catalani, trasferito successivamente a tutte le persone di un certo rango sociale, compresi i sacerdoti. Assume la carica di "judicans ad causas delegatas", cioè di componente del tribunale ecclesiastico che giudica il clero. In questa veste nel giugno del 1591, firma gli atti del Sinodo della Diocesi di Bosa, indetto dal vescovo monsignor Giovanni Francesco Fara. Muore qualche mese dopo, lasciando libera la prebenda.

A Tresnuraghes costruisce o acquista "Su Palatteddu de Mossen Miali". E' l'antichissima "domo" situata vicino all'attuale Centro Sociale degli anziani, ora di proprietà della famiglia Sanna-Brisi. Nel tempo, il locale cambia più volte proprietari; tra questi, "su venerabile Antoni Pala", sacerdote a Tresnuraghes tra la seconda metà del 1600 e i primi anni del 1700. Alla sua morte, avvenuta nel gennaio del 1716, va in eredità alla nipote Maria Cathalina, moglie del "doctore in artes de meiguinas" Jusepe Murgia.

Da loro la Parrocchia lo acquista il 13 aprile 1721. Il valore dello stabile, periziato dal mastro muratore bosano Salvatore Biddau e dal falegname algherese residente a Tresnuraghes Giovanni Battista Trinqueri, è valutato in 200 "libras". Si è conservato sostanzialmente intatto fino ad oggi, con tutte le caratteristiche descritte in spagnolo nell'atto di vendita. In particolare presenta un pregevole "sòtano (scantinato) hecho à bòveda" e la caratteristica forma allungata con copertura a due falde.

La struttura serve come sede del Monte Granatico, istituzione favorita dal vescovo monsignor Raimondo Quesada. Il fine del Monte è quello di costituire scorte adeguate di cereali per la semina da vendere o prestare a costi accessibili e combattere così gli usurai.

Su vicariu Juanne Deyana

Nel 1809 inizia il ministero di sacerdote a Tresnuraghes. Alla morte del reverendo Antonio Pisquedda nell'agosto del 1823, gli subentra come vicario parrocchiale. Nel 1835 è già tra i più benestanti del paese. Possiede terreni seminativi, chiusi, due mulini per il grano e le vigne di Terrùla e Iscàla Pedrosa . Dimostra in varie occasioni di avere un carattere deciso e non incline a subire torti o soprusi personali. Nel 1829, anno di una memorabile carestia, forse per l'esosità della richiesta si oppone, ricorrendo al viceré, ai rappresentanti del marchese della Planargia. Questi pretendono una tassa di dodici imbuti di grano per una cappellanìa. Senza indugio, aprono con la forza il magazzino della parrocchia, e prelevato il grano, lo richiudono inchiodando sul portone un ferro di cavallo.

Il vicario non si arrende e ricorre a monsignor Francesco Maria Tola, il quale denuncia i fatti al viceré. Il vescovo protesta innanzi tutto per i modi usati. Il mettere alla porta un ferro di cavallo è "cosa che in questi picoli Villaggi porta qualche sfregio al debitore". Poi continua: "Io non vado a sostenere l'esenzione da quel pagamento, ma la violazione del privilegio del foro (a quei tempi, il diritto dei sacerdoti e delle chiese a non essere sottoposti alla giustizia laica). Di più, lamenta che è stato passato il segno per "la pubblicità con cui è stata fatta a presenza di centinaia di persone, che vi sono accorse al rumore dello sferramento della porta, ed alla novità mai vista nella casa anche d'un semplice Sacerdote".

Sei anni dopo, lo stesso vescovo Tola è amareggiato per il voltafaccia del Comune di Tresnuraghes nell'impegno assunto di contribuire ai lavori di ricostruzione della chiesa parrocchiale. Scrive che "spiriti sediziosi, se così posso chiamarli, si studiano d'incagliare quella fabbrica, impedendo anche l'acqua per il materiale al tempo stesso, che il Sindaco pigli quella che vuole per farsi un palazzo, e che quel Vicario Parochiale (allude al vicario Deyana) la fa versare in un suo pozzo a cariche replicate per servirsene per la fabbrica d'un suo Magazzino in tempo che potesse mancare".

E' possibile che questo episodio sia rimasto nel ricordo del vicario. Con un legato nel suo testamento, destina la somma ricavata dalla vendita di venticinque rasieri di grano alla costruzione nella parrocchia di un pozzo, "a beneficio comune".

Il vicario Juanne Deyana morì il 16 gennaio 1843 e fu sepolto nel presbiterio dell'Oratorio di Santa Croce.


Su piscamu don Antoni Amat

"Su Illustrissimu Segnor Don Antoni Amat Piscamu de Bosa est passadu dae custa a megius vida hat recidu sos Santos Sacramentos, est mortu sensa faguer testamentu". Così annota il reverendo Sebastianu Arru nel libro dei defunti della parrocchia di Tresnuraghes il 2 agosto 1748. Vescovo di Bosa per dieci mesi e morto a Tresnuraghes a soli cinquantacinque anni, Antonio è uno dei figli di don Pietro Amat, barone di Sorso e di donna Vittoria Petretto, erede del feudo di Olmedo.

Nato a Sassari il 25 giugno 1693, vi trascorre l'infanzia e affronta con fervore i primi studi. Indossato l'abito talare, diventa abate di San Nicolò di Oristano e di San Giovanni di Sinis e decano del capitolo di Sassari. Il 6 settembre 1746 il re di Sardegna lo propone come vescovo di Bosa, ottenendo l'approvazione del papa il 19 dicembre dello stesso anno. Don Antonio Amat non provvede in tempo alla consacrazione e incorre nella scomunica. Questa viene meno il primo ottobre 1747, quando finalmente l'arcivescovo di Sassari Matteo Bertolinis lo consacra.

Quella degli Amat è una delle famiglie catalane più importanti. Due loro esponenti si trasferiscono in Sardegna nella seconda metà del 1400. Il primo, don Giovanni Amat y Aimerich, governatore di Sassari nel 1506; l'altro, il nipote don Jayme Amat y Terré, governatore del Goceano, amministratore delle rendite confiscate alla casa degli Arborea e viceré di Sardegna nel 1507. La lunga fedeltà prima alla Corona spagnola, poi a quella dei Savoia, ha sempre garantito loro importanti incarichi e prestigiose onorificenze. La famiglia Amat vanta tre cavalieri dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata, quattordici cavalieri dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro; nonché altri cavalieri degli Ordini di Malta, Montesa, Alcantara e Santiago.

Per quanto riguarda don Pietro Amat, è uomo politico capace e prudente. Nel 1698 riceve l'incarico di governatore di Sassari durante l'ultimo periodo del regno dello spagnolo Carlo II. Mantiene l'incarico per più di un decennio. Subito dopo dedica il suo impegno ad una solerte amministrazione dei feudi posseduti e in particolare, al ripopolamento di Olmedo. Il 1717 lo vede convinto sostenitore dell'opera del cardinale Alberoni, ministro del re Carlo V. Quando il cardinale organizza la famosa spedizione militare in Sardegna, osteggiata dalle altre grandi potenze europe, ragione fa di tutto per favorire lo sbarco delle truppe spagnole nell'Isola.

Con l'arrivo dei Savoia, è di nuovo nominato governatore di Sassari.           


Su nobile don Gregori Sulas

Nei primi decenni del 1600 Gregori Sulas è già notaio affermato e svolge la sua attività a Tresnuraghes. Con la carriera raggiunge una posizione sociale notevole e crea un patrimonio ingente. Questo gli consente di ottenere dalla corona spagnola i titoli di cavaliere e di nobile. Negli anni trenta del 1600 sposa Maria Satta; dal matrimonio nascono dieci figli. Tra gli eredi maschi, Gregory e Julianu muoiono in giovane età. Deonisi diviene così l'erede principale dei beni paterni.

Don Deonisi assume più volte la carica di procuratore della parrocchia. Per sé e per il parentado eredita il diritto di patronato e di sepoltura "in sa Capella de su Gloriosu Santu Sebustianu, condita intro de sa Parroquiale Ecclesia de su Gloriosu e Martire Santu Jorgj". I Sulas consolidano fortuna economica e prestigio, imparentandosi nel tempo con i nobili Paderi-Masones di Oristano, Garrucciu di Tempio e Bosa, Massidda di Santu Lussurgiu, Passino e Uras di Bosa. Con il passaggio della Sardegna ai Savoia, la famiglia è rappresentata da un componente nello Stamento Militare del Regno.

Simbolo del potere dei Sulas è l'abitazione, "su dominariu": un grande corpo di case con pertinenze e cortili. Sono i locali ora adibiti a sede della compagnia barracellare e a magazzini comunali.

Ancora nel 1862, la casa "… è composta di una corte con scuderia, casa per la paglia, e pozzo, altra corte più piccola con altra casa ed orto addiacente un tutto circondato a muro fabrico.

Più un portico con tetto da dove ha ingresso ad una cucina, con altre due porte che danno ingresso ad una gran sala.

Da questa sala si hanno tre ingressi alla sala di pranzo che comunica colla cucina; altro ingresso ad altre due stanze per la parte di ponente; ed altro ingresso finalmente che da ad altre due stanze per la parte di levante che in tutto di dà il numero di sette appartamenti; ed altri cinque appartamenti si hanno nel pian terreno, quali comunicano dalla cucina per mezzo d'una scalinata, oltre l'ingresso dalla strada.

Inoltre, dirimpetto alle stesse case vi sarebbe un altro magazzino grande fa formare altre due stanze".


ATTO DI MORTE E TESTAMENTO DI D.NA MINNIA SULAS


Die degue de Austu milli ottiguentos trinta ses : Tresnuraghes

D.na Minnia Sulas Passinu de sa p.nte V.a d'edade settanta annos, e sette meses in sa propria domo sua intreguesit s'anima sua a Deus in sa Comunione de sa S.M.Ecclesia. Rezesit sos Santos Sacramentos de Penitenzia, de s'Eucaristia, e de sa Extrema Unzione da su sott.u Cura. In s'attu de sa Donazione fattu in favore de sa Neta sua D.na Juanna Rosa Cugurra Sulas, domiciliada in Calaris, Capitale de Custu Regnu leguesit algunos legados perpetuos, e temporaneos non notos a su sutt.u pro non tenner a manos su certificadu pro mancanzia de sa ditta Cugurra Sulas, qui lu devet istruire da su Notariu Pepe Mura, de Bosa, qui fattesit dittu attu.

(non firmato) Antoni Mocci Cura


Su notariu Franciscu Sanna

Figlio di Brandu Sanna e Juanna De Querquy, unico maschio e ultimo di quattro figli, nasce il 14 luglio 1675. La sua è una famiglia almeno benestante, se il padre sceglie come padrino del piccolo Franciscu, don Julianu, figlio dei nobili di Tresnuraghes Gregory Sulas e Maria Satta. Una fortunata carriera notarile lo fa diventare ricco e influente nel paese. La esercita per un quarantennio, a partire dai primi anni del 1700. Nel solo archivio parrocchiale di Tresnuraghes sono presenti o citati circa centocinquanta atti da lui rogati.

Sposa la bosana Maurissa Porcell, parente del canonico Gabriel De Leonardis, prebendato di Tresnuraghes. Vive con la moglie e i cinque figli nel tratto più antico dell'odierna Via Roma, a quel tempo chiamata "calle de la Iglesia de San Lorenzo". A fianco sono le "casas, y huerta del principal Jacinto Querquy Sulas". Quindi il notaio Sanna abita la casa che ora è degli eredi Cotza. Lo stabile, sin dalla costruzione abitazione signorile, è parte dell'ingente lascito di beni immobili che il notaio fa alla parrocchia di Tresnuraghes, e conosciuto come "legato Sanna". Dalla cappella di San Gavino lo acquista "Don Salvador Paliacho", parente dei signori dell'Incontrada della Planargia. Il nobile sassarese si trasferisce a Tresnuraghes quando è nominato delegato e giudice ordinario del marchesato. Ancora alla fine del settecento, la casa appartiene a donna Juanna Paliacho.

I terreni aperti (pedassos) e chiusi (sercados) che rientrano nella donazione superano i dieci ettari e sono situati in varie località: Pedristante, Cia Bernardina, Puntone, Serra Fenugiu, Ischave, Allò, Bogue Sale, Badde Sauccos, Cantareddu, Cia Cavia, Santa Maria de Idili, Figu, Su Aidu de sa Rena, Su Infurcadu, Muras de Idili, Ciu Moro.

 Muore il 29 novembre 1743 e dispone di essere sepolto "dentro de la Iglesia Parroquial, en la primera grada", certamente segno di distinzione. Nomina curatore dei suoi beni il reverendo Sebastiano Serra. Nel testamento la moglie è usufruttuaria dei beni. Alla morte di lei, avvenuta il 18 novembre 1744, devono essere venduti. Il ricavato, è destinato alla celebrazione di messe in suffragio della sua anima. In particolare, il notaio Franciscu Sanna vuole che cinquanta scudi servano per la celebrazione di due messe perpetue ogni giorno festivo dell'anno ("las missas maytinal y onzena").


Sa nobile donna Rosalia Olives

Fa parte della famiglia dei nobili Olives, signori del feudo della Planargia prima dei marchesi Paliacho. Risiede nel quartiere Castello di Cagliari insieme al marito don Geronimo Gaya. Ancora nel 1726 possiede a Tresnuraghes alcuni beni: una "domo manna" e "unu molinu, et ortos" ubicato nel luogo detto "Su Olgadory".

Rimasta vedova, anche per conto dei figli diviene "tenutaria e curadora de sa heredade, et benes de su Nobile Don Geronimu Gaya maridu sou dae sa data de su 31 de Mayu de su ditu annu 1726". Decide quindi di vendere questi beni in quanto non li utilizza, non ne trae alcun tipo di profitto, e anzi, potendo essi col tempo andare in rovina, le recheranno un notevole danno economico. Fa eseguire le opportune perizie dei beni (trecento lire sarde la casa e centocinquanta il mulino) e ottiene le necessarie autorizzazioni a Cagliari. Non potendo intervenire personalmente, delega a seguire le pratiche connesse alla vendita "Paule Mamely, escrivente domiciliadu in sa Villa de Tresnuragues", e già magnifico luogotenente della Planargia tra il 1705 e il 1706.

Donna Rosalia trova l'acquirente nel reverendo tresnuraghese Basily Marongiu. Il 29 0ttobre 1726, il notaio Giovanni Gavino Virdis Pinna roga in Tresnuraghes l'atto di vendita. Il sacerdote entra così in possesso di "totu cuddas domos, qui si componen de bator aposentos, sala, duos aposentos cobertos, et ateru fabricadu à nou in muros, cun su ortu, et arburedu in cuddu piantadu, et su puttu qui est intro de su matessi ortu". Le case "terminan, et confrontan de unu costagiu asa domo tenet pro Magasinu Anguelu Manca, parte de nanti carrela per mesu asa Eclesia et Magasinu de Santu Larentu, asas domos qui habitan Larentu Mastinu, Lusurgiu Pira et parte de segus à dittu putu et ortu, cale terminat, et confrontat de unu costagiu asu ortu de Jusepe Cossu, de ateru costagiu asa contonada de sa Sala pendente et ortigueddu de su Venerabile Pisquedda, cabitale asas dittas domos asu presente vendidas, et ortigueddos de dittu Manca, de Paule Atene, de Juan Maria Pilu, et de su Nottariu Franciscu Sanna, et peale asa tanca qui possedin, et peale asa tanca qui possedit su dittu Nottariu et Secretariu Sanna, de su Doctore Jusepe Murgia, et Salvadore Attene, custe de sa Villa de Magumadas".

La descrizione fatta corrisponde all'attuale casa degli eredi Sanna-Brisi.

Il mulino con le pertinenze verrà venduto allo stesso compratore per l'importo di duecento lire sarde, non appena la nobildonna "bilu diat liberu et quitu de omni carrigu, et de su impedimentu qui sos Reverendos Padres Jesuitas de Bosa subra de cuddu tenen postu, et intentadu".  


Su notariu Antoni Martine Attene

Seguendo il padre Franciscu, intraprende la carriera notarile. La svolge a Tresnuraghes e nei centri vicini, diventando noto e importante nell'intera "Incontrada della Planargia". Accumula un notevole patrimonio, tra cui il chiuso di Pabanàile e la vigna di Baramone. La proprietà aumenta quando, il primo maggio 1793, incamera l'eredità del notaio scanese Francesco Marras Pinna. E' nominato segretario della mensa vescovile di Bosa. Nell'archivio parrocchiale sono conservati una ventina di atti da lui rogati (censi e testamenti). Come tutti i colleghi più noti del 1700, utilizza sia il sardo sia lo spagnolo.

Alla pari del notaio Giuseppe Raimondo Sias, ma dalla sponda "politica" opposta, ha una parte importante nei sommovimenti del 1796 in Planargia. L'intera zona è in fermento per la marcia degli insorti del movimento antifeudale, capitanato da Giovanni Maria Angioy. Molti notabili bosani, con in testa don Gavino Passino, temono che l'Angioy conquisti la città. Armati, ne fortificano l'accesso e fanno pattugliare tutta la Planargia e il Montiferru.

Il notaio Attene è incaricato di recarsi da don Antonio Dettori, sunese e ministro di giustizia, per notificargli l'ordine tassativo di mobilitare immediatamente la cavalleria miliziana. Il ministro non ubbidisce, e facendosi accompagnare dal notaio, si reca nottetempo a Bosa per chiedere chiarimenti. Nella cittadina la situazione è tesissima e i due sono fermati da una ronda armata nei pressi del ponte. Il Dettori è arrestato con l'accusa di essere un seguace di Giovanni Maria Angioy, rischia di essere ucciso e poi viene deposto dall'incarico. Al suo posto è nominato Antoni Martine Attene, che il 13 giugno 1796 mobilita la cavalleria senza ulteriori indugi.   


Su malchesu Antoni Innassi Paliaciu

Dal 1698, passando per un periodo alla Corona ( quantificare ), il feudo della Planargia, fino al 1756, è nelle mani di don Giuseppe Olives (notizie sue).Di essofanno parte Tresnuraghes, Magomadas, Modolo, Tinnura, Flussio, Suni, Sagama e Sindia.I paesi sonoraggruppati nella circoscrizione amministrativa e giudiziaria detta Incontrada della Planargia, con Tresnuraghes capoluogo.

Donna Angela Olives Fundony, figlia di don Giuseppe, sposa il "Noble Magnifico Señor Don Antonio Ignaçio Paliacho", di origini sassaresi. Nel 1756 il feudo della Planargia passa proprio ad Antonio Ignaçio, che, al titolo di Conte di Sindia, unisce quello di marchese della Planargia.

Simbolo del nuovo potere, diventa "sa domo 'e su malchèsu", attualmente di proprietà della famiglia Sanna-Brisi, posta nell'antica "Contrada de Santu Jorgi", oggi Via San Giorgio.I locali hanno le caratteristiche di una "domo manna" di allora. Sono serviti da due orti confinanti con case private di abitazione, dalla parte dell'attuale Largo Sebastiano Moretti. E ancora da una corte ampia con scuderia attigua all'antico cimitero annesso alla Chiesa parrocchiale, dal lato di Via San Giorgio.

I nobili signori, come i loro predecessori e successori, dimorano solo saltuariamente a Tresnuraghes. Durante uno di questi soggiorni, nasce Juan Françisco Paliacho, battezzato "en la Parroquial Iglesia de San Jorge" il 23 febbraio 1736. Degli altri figli, Gavino Proto Juanuario (1727-1795), piccolo di statura, Generale delle Armi, Cavaliere di Gran Croce dei Santi Maurizio e Lazzaro, è ucciso a Cagliari il 22 luglio 1795 durante i tumulti anti-piemontesi.

La famiglia conta anche un sacerdote, don Joseph Palicho, che amministra alcuni battesimi tra il dicembre del 1756 e il gennaio del 1758.I Paliacio possiedono terreni seminativi ( a Luzanas, Su Laccheddu, Su Furraghe, Badu Inzas, Barbara Idda, Pattalza, Sa Mandra de Sa Giùa ), un orto di frutta e agrumi, due mulini per il grano( di cui uno in S'Olia ), due fornaci di calce( a Pattalza e a Giana ), una fornace di tegole( a Pianu Idili ). Infine erano proprietari della casa baronale,che aveva due orti confinanti con case private di abitazione verso il lato dell'attuale Largo Sebastiano Moretti e un mulino per l'olio confinante con l'antico cimitero annesso alla Chiesa parrocchiale dal lato di Via San Giorgio.

Su notariu Jusepe Remundu Sias

Il 7 gennaio 1756 i coniugi Anguelu Sias e Juanna Murgia si presentano nella vecchia chiesa parrocchiale. Al reverendo Sebastianu Arru chiedono il battesimo di Jusepe Remundu, loro secondo figlio. Non possono certo immaginare che, da grande, l'unico maschio di tre figli, diventerà una persona importante per il paese e avrà parte, anche se secondaria, nei fatti storici isolani di fine secolo.

Divenuto notaio "publicu et de causas", svolge la sua attività a Tresnuraghes e nei paesi vicini. Nelle carte dell'archivio parrocchiale sono conservati più di una dozzina di atti da lui rogati: censi, atti di vendita e testamenti. E' proprietario di un numero cospicuo di beni, soprattutto terreni: in Molineddu, Benas, Cortinas, Su Tippiri, Muras de Idili, Santa Maria de Idili, il chiuso di Iscala Idili, "su cunzàdu mannu" di Binza Onniga a metà con il sacerdote di Magomadas Juan Maria Attene e la vigna di Santu Juanne.

Sposato con la bosana Maria Pisquedda, ha prestigio e notorietà a Tresnuraghes e fuori. E' più volte compare di battesimo e nel 1790 diviene reggente al posto del delegato del feudatario della Planargia. Nel 1796 è attuario della Compagnia barracellare, solida istituzione del paese. Da Cagliari , don Luigi Efisio Carcassona Brunengo e la moglie donna Luisa Pilo, danno procura ai coniugi Sias-Pisquedda di rappresentarli come padrini nel battesimo di una figlia del notaioJuanne Querqui di Villanova Monteleone.

Il notaio Sias possiede terreni in Benas, Molineddu, Iscala Idili e una vigna in Rughe.

Seguace di Giovanni Maria Angioy durante la rivolta antifeudale, è uno dei 64 Capi Dipartimento che sottoscrivono una lettera che egli, da Oristano, indirizza al Viceré l'8 giugno 1796. In questa missiva l'Angioy, pur non mettendo in discussione la sovranità del Re, tuttavia sostiene le rivendicazioni antifeudali del Logudoro e la necessità di un incontro chiarificatore. In mancanza di questo, afferma che si sarebbe rivolto direttamente al Re e decretato la separazione da Cagliari di tutto il Capo di Sopra. E' possibile che Giuseppe Raimondo Sias abbia avuto un qualche ruolo nel colpo di mano avvenuto il 6 giugno 1796 all'entrata del paese.Una trentina di armati seguaci di Giovanni Maria Angioy intercettano il corriere postale viceregio proveniente da Cagliari e in partenza dalla tappa di Oristano, alla volta di Sassari. L'intento, riuscito, è quello di impadronirsi della corrispondenza e di consegnarla all'Angioy.


Su prinzipale Jassintu Querquy Sulas

Insieme al bosano Joseph Peralta, a Jacamu Deyana di Pozzomaggiore e alla moglie Sofia Falque e a Miguel Musiu Ligas, è uno dei "prinzipales" presenti nel 1700 a Tresnuraghes. I "prinzipales", i ricchi, dispongono in larga misura di danaro, bestiame e beni immobili. Non di rado prestano ad usura cereali per la semina o soldi, riuscendo così anche a controllare la vita sociale e amministrativa dei paesi.

"Jacintus Paulus", fa parte di una ricca famiglia, che con la numerosa parentela è stabilita a Bosa e a Tresnuraghes. Secondo di sei figli, nasce nel gennaio del 1729 da Filissia Sulas e da Gregory De Querquy, in quel periodo delegato del marchese della Planargia. Nel 1765 è procuratore della chiesa di Santa Croce. Sposata Maria Cadony, è anch'egli nominato delegato e giudice ordinario del marchesato. In questa veste, lo troviamo in un atto dell'archivio parrocchiale di Tresnuraghes. Nel 1769 Maria Angela Sequy, perché donna, non può vendere parte della sua vigna al sacerdote Antonio Barbaranu, se non con "autoridad y decreto del Magnifico Señor Delegado del presente Marquesado de la Planargia Jassinto Querquy Sulas". E' citato ancora in altri due libri di amministrazione della parrocchia. Possiede terre in Martìne, Allò, Zia Bernardina, il salto di Puttu, la tanca di Tirri e le vigne di Rughes e Tingas.

Nel libro di amministrazione "de la Capilla de los Gloriosos Martires Gavino, Proto y Januario" è citato come curatore, insieme alla madre, di un lascito di sessantadue scudi fatto dallo zio Juan Matheo. La donazione è a favore del beneficio del curato per la celebrazione da parte dei sacerdoti del paese di una Messa mattutina perpetua ogni lunedì. Una ventina di anni dopo il "molto reverendo dottore in diritto" don Gregorio De Querquy Sulas, suo cugino, è nominato vicario parrocchiale di Tresnuraghes. Il "Prinzipale" Jassintu De Querquy e la sua numerosa famiglia risiedono nell'abitazione paterna di Via Principe Amedeo (oggi casa Canalis). Muore l'otto dicembre 1800 ed è sepolto nella cappella di San Martino della chiesa parrocchiale.     


EMILIO S C H E R E R

Parma 1845 - Bosa 1893

Pittore diplomato alla Reale Accademia della città natale, allievo di Domenico Morelli, fuchiamato a Bosa dal vescovo Mon-signor Eugenio Cano, per i lavori di decorazione in cattedrale, ultimati poi nel 1877. Nel 1893 decorò la chiesa di Bosa Marina e nel 1890 la basilica di Cuglieri. In questo stesso anno nella parrocchiale di Tresnuraghes eseguì i quattro evangelisti delle lunette sotto la cupola del presbiterio e due dipinti, " oltre il naturale " ( ora perduti ), in entrambe le pareti laterali di esso. E ancora, per ricordare le gesta di G. M. Poddighe contro i mori, " la patria battaglia ", ( anche questa non più esistente ), sulla parete interna di ingresso della chiesa.


BILLIA MURONI

Sono ormai trascorsi diversi anni dalla scomparsa di Billia Muroni ma, credo, nella comunità di Tresnuraghes e non solo,  rimane intatto il rimpianto per la mancanza di una persona di grande capacità ed intelligenza, di forte impegno culturale e sociale.

Da giovane si era formato con la solida educazione scolastica e religiosa derivata dagli studi in Seminario; questa formazione ha sempre caratterizzato la sua personalità ed esperienza umana, da quella culturale e sociale a quella di credente e di operatore professionale nella scuola.

Per certi aspetti, gli esordi della sua notevole capacità artistica e didattica si possono far risalire alla  una delle sue più fresche e limpide opere: la scrittura e la messa in scena, nel lontano 1970, di una tragedia in lingua sarda DOMU DE LUTTU E PIANTU. ( nelle pagine di questo sito è riportato il testo integrale dell'opera corredato da una mia presentazione e commento, unitamente ad una galleria di foto della prima rappresentazione teatrale avvenuta nei locali delle scuole medie di Tresnuraghes nel lontano 1970).

Nel corso della sua vita ha profuso impegno e tempo nell'esperienza politica e in quella amministrativa e sociale del paese; a lui l'amministrazione deve lo studio per la realizzazione del gonfalone civico, come anche notevole è stata la sua presenza nella vita della Società Sportiva Tresnuraghes. Lunga e ricca di apporti positivi è stata la sua attività, anche in qualità di vice presidente, nel Consiglio Pastorale della parrocchia; di qualità è stato il suo apporto, anche qui con la carica di vice presidente, nel consiglio di amministrazione di Radio Planargia, consapevole dell'importanza di questo mezzo di comunicazione nella realtà locale. Ma grande è stato il suo impegno soprattutto nelle attività parrocchiali e di volontariato.

Billia ha contribuito in maniera sostanziale alla rinascita, dopo diversi anni di crisi, del coro parrocchiale in occasione delle celebrazioni liturgiche; ha fatto in modo, insieme ad altri, che non scomparisse la tradizione dei canti paraliturgici della settimana santa, valorizzandoli e facendo opera di ricerca; studio di ricerca e composizione esteso anche ad altri canti religiosi, ad esempio la messa da lui musicata.

La scuola, sua occupazione lavorativa, lo ha visto sempre professionista capace, scrupoloso ed aperto alle nuove esperienze didattiche. Ad essa ha dedicato tempo, intelligenza ed entusiasmo non comuni; degne di rilievo, tra l'altro, sono state le sue ricerche sul fenomeno della dispersione scolastica e le più varie attività studiate per integrare la scuola col mondo esterno. Frutto di questo impegno è il libro Storia di Bosa e Planargia. Dal neolitico antico all'autonomia regionale (2000), un utilissimoo strumento didattico per la scuola locale e, in generale di tutta la Sardegna, per il modo di riproporre la storia della Planargia e dell'Isola come un tutto unico e inscindibile; in forma piana e precisa sono riportati fatti e inquadrati personaggi frutto anche della sua ricerca.

E' stato molto interessato per motivi di studio ai documenti dell'archivio parrocchiale di Tresnuraghes. Li ha infatti consultati, catalogati e utilizzati ampiamente per la composizione di altri due libri, donando il ricavato della loro vendita alla parrocchia. Sono "Il tesoro di San Marco (1989) e "Gente di Planargia" (1998). In essi manifesta il suo interesse e la qualità del suo studio sulla storia locale, proponendo una interessantissima indagine su aspetti sociali, religiosi ed economici della Planargia e non mancando di far conoscere la figura e l'opera di vari personaggi di rilievo ivi operanti e la storia del movimento delle idee dal 1600 al 1800. Con queste pubblicazioni Billia Muroni ha saputo dimostrare che la realtà planargese non è mai stata del tutto slegata dal resto della storia sarda, anzi talvolta ha contribuito a farla. In questo contesto ha curato la parte storica e socio-economica del libro di fotografie antiche dal titolo "Bosa. Immagini tra mito e storia" (1996)

Rilevante è stato il suo impegno per l'allestimento, a Bosa, della mostra sul pittore parmense-bosano Emilio Scherer e di quella sulle torri costiere e la loro funzione difensiva nella parte centro-occidentale della Sardegna.

Per tutto ciò, oltre che per l'umanità e la familiarità, Billia Muroni e la sua opera rimangono nel ricordo e nella nostra considerazione di tanti tresnuraghesi.


Il ricordo del Prof. Attilio Mastino

Billia Muroni, Storia di Bosa e Planargia


È un piacere per me parlare di Billia Muroni, ricostruire il suo percorso di politico, di insegnante, di studioso, di amico partendo da questo suo libro pubblicato dall'Editore Zonza. Uscito ad un anno di distanza dalla morte, compensa in parte il vuoto che Billia ci ha lasciato: il volume è stato stampato dalle grafiche Ghiani di Monastir, lo stesso tipografo che nel 1988 ha pubblicato Gente di Planargia, con in appendice le voci relative ai 10 comuni della Planargia scritte da Vittorio Angius per il Dizionario del Casalis.

Nato a Tresnuraghes nel 1948, Billia ha frequentato il seminario vescovile e si è poi iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Cagliari, vivendo da protagonista il '68, un'esperienza straordinaria che avrebbe segnato le sue scelte politiche successive. Aderisce inizialmente al gruppo del Manifesto e poi fonda assieme a Salvatore Ganga la sezione del Pci di Tresnuraghes, di cui è stato il primo segretario. In polemica col settimanale cattolico "Libertà" (al quale invece io collaboravo) pubblica all'inizio degli anni '70 una lettera aperta agli studenti del Liceo Classico di Bosa nel momento dello scontro animato dal prof. Sfara, un rivoluzionario sui generis. Eletto nel consiglio comunale di Tresnuraghes in una lista civica di sinistra, è stato tra il 1980 e il 1983 consigliere comunale di opposizione, più volte candidato alle elezioni provinciali per la nuova provincia di Oristano. Nella scuola, nelle attività di sperimentazione, nell'impegno contro la dispersione scolastica, diede il meglio di sé, collaborando per anni con la attivissima preside della Scuola Media n. 2 di Bosa Emma Contu e con molti altri nostri colleghi che anche oggi, a distanza di un anno dalla morte, lo vogliono ricordare, con il suo sorrispo aperto e leale ed il suo entusiasmo, con la sua sensibilità e il suo senso profondo dell'amicizia.

La sua complessa vicenda politica e personale non può però essere compresa senza pensare al vero elemento di continuità che ha caratterizzato la vita di Billia Muroni, il volontariato nelle associazioni cattoliche giovanili, la parrocchia, lo sport come servizio sociale (nel Csi), la radio: l'impegno non convenzionale per gli emarginati, per i giovani, per i poveri, un impegno vissuto coerentemente come scelta di vita e come il canale attraverso il quale Billia per anni è entrato in contatto diretto con la sua gente, che oggi lo piange.

Il titolo di quello che possiamo ritenere il capolavoro di Billia, Gente di Planargia, indica bene anche nel sottotitolo, «Religione, politica e cultura dalla fine del Settecento al primo Novecento», i tre campi specifici di un impegno, che è stato di vita vissuta prima ancora che di ricerca nei polverosi archivi locali dei nostri paesi e della nostra città.

Anche il volumetto dedicato al Tesoro di San Marco è frutto di una ricerca lunga ed accurata negli archivi della parrocchia di Tresnuraghes, con attenzione per le tradizioni popolari, per l'associazionismo delle confraternite, per gli aspetti più profondi e reconditi di una fede popolare vissuta come momento fondamentale della comunità, come elemento essenziale per definire l'identità di un gruppo, di un paese, di una micro-regione come questa Planargia così compatta ed omogenea dal punto di vista geografico, linguistico, culturale ed economico eppure – sono parole di Billia – perennemente smembrata, alla ricerca ciclica più o meno convinta di un'unità politico-amministrativa universalmente conclamata ma mai concretamente attuata, almeno nei tempi lunghi.

Anche nelle altre opere di Billia (Bosa: Immagini tra mito e storia, in collaborazione con V. Mozzo, S. Flore, ed. Delfino, Sassari 1993) c'è un elemento che appare veramente tipico del personaggio e un po' spiega molte delle sue scelte e molti dei suoi atteggiamenti: Billia era convinto che in epoca medioevale e moderna, ma ancora ai nostri giorni, esiste una centralità della Chiesa nella vita dei villaggi della Planargia. Così si spiega perché l'archivio parrocchiale diventa il punto di vista privilegiato per la ricostruzione storica, da integrare con documenti degli altri archivi, ad iniziare dall'archivio vescovile o dall'archivio comunale di Bosa o dall'archivio di Stato di Cagliari. Questo volume, dedicato alla storia di Bosa e della Planargia, rappresenta certo un passo in avanti significativo sul piano della ricerca rigorosa con una conoscenza accurata della bibliografia più recente (sono citati oltre 80 titoli di lavori specialistici di carattere generale) e con l'obiettivo di offrire finalmente un'opera accessibile anche sul piano del linguaggio agli studenti delle Scuole Medie e dei Licei, impreziosita da una splendida documentazione fotografica curata da Gianflorest Pani.

Già il titolo, Bosa e Planargia, quasi incatenate insieme, indica la volontà di chi osserva il territorio da un punto di vista particolare, dal villaggio più remoto della Planargia, la volontà cioè di cercare una strada per riaffermare la centralità di Bosa ed il rapporto della città del Temo con l'ambiente circostante e con i diversi comuni della Planargia.

Billia sapeva bene che la causa dell'isolamento di questo territorio e del frazionamento delle nostre comunità è soprattutto da ricercarsi nei condizionamenti, nei limiti e nella prospettiva della gente di Bosa, un capoluogo che spesso ha rinunciato alla sua funzione di coordinamento e che si è ripetutamente ripiegato su se stessa. Recentemente Giovanni Sistu, in alcune tra le più belle pagine scritte su Bosa, nel volume pubblicato sulle città dell'isola dal Banco di Sardegna, è riuscito a spiegare questo aspetto della storia di Bosa, richiamando quel "senso di insularità" che un noto studioso inglese riscontrava nelle comunità medioevali chiuse dentro le mura, delle quali sottolinea l'importanza psicologica. Per Bosa questo senso di insularità è una costante storica, che persiste al di là della scomparsa delle mura, della demolizione dell'elemento fisico dell'isolamento.

Altrove Muroni ha parlato di Bosa come di una nobildonna decaduta; io credo che anche lui condividesse però il giudizio sulla diversa qualità dello sviluppo civile di questo centro, nei suoi rapporti con il territorio circostante, che ha profondissimi elementi di identificazione ed ha marcati segni di identità, risultato di una storia lunga, che ciascuno di noi è consapevole di portarsi dietro, con una rete di rapporti, di relazioni e di eredità che rappresentano veramente la ragione per la quale noi per Bosa parliamo di città e di ambiente urbano, anche quando la crescita demografica presenta – come oggi – un saldo negativo. Anche quando i monumenti si sbriciolano, come in questi giorni la Cattedrale, proprio nell'anno del Grande Giubileo.

Billia Muroni ha tentato di procedere con l'esperimento che Tonino Oppes aveva pensato dieci anni fa con il volume Planargia: ha tentato di estendere l'identità del territorio e della comunità al di là delle mura di cinta, nei paesi e nelle valli per le quali – all'incontrario – Bosa da sempre è stata un punto di riferimento, come capoluogo, come sede del vescovo, come centro caratterizzato dai monumenti e da un'edilizia civile di qualità, come luogo di formazione per generazioni di studenti. E dunque questa proiezione di Bosa al di là delle sue mura ci proietta fino a Montresta ed a Modolo, enclaves nell'antico territorio comunale; fino a Suni, Tinnura, Flussio, Magomadas e Sagama, sull'altopiano basaltico della Planargia; ma anche fino a Sindia, al confine col Marghine, ed a Tresnuraghes, in provincia di Oristano, in un'area di confine che ha perso da tempo i contatti con Padria e con Pozzomaggiore.

Con questo volume Billia ha tentato di dirci che Bosa deve superare il suo isolamento, senza perdere la sua identità, i suoi monumenti ed il suo paesaggio; mantenendo anzi il clima, l'atmosfera, la rete di sentimenti e di sensazioni di un piccolo mondo articolato e al suo interno straordinariamente complesso, dal quale la Planargia non vuole rimanere estranea.

Prima ancora che di storia, questo è un libro di geografia: Billia conosce l'importanza della geografia nella storia e ritiene che il fiume, il mare, l'altopiano e la montagna abbiano profondamente condizionato le forme dell'insediamento umano, le dimensioni stesse delle case e delle barche, che sono rapportate alla ricettività degli approdi portuali, alle forme della linea di costa, ai fondali ricchi di corallo e di pesci.

È la geografia che condiziona il bizzarro percorso della ferrovia, che sembra studiato per unire tra loro i comuni della Planargia.

È la geografia che spiega molte caratteristiche del popolamento e molte attività economiche, le miniere, le antiche gualchiere sul rio Mannu, le concerie, i mulini, fino alla cantina sociale di Flussio. Ma anche la pastorizia e l'agricoltura nella valle del Temo.

Il confine meridionale del territorio è rappresentato proprio dal rio Mannu e dalla sua foce a Foghe, ai confini con Sennariolo e con Cuglieri, ai margini dell'altopiano di Oddine sul quale dieci anni fa il prof. Carlo Tozzi (ora all'Università di Pisa) svolse gli scavi archeologici che ci hanno fatto conoscere forse il più antico sito del primitivo insediamento umano già nel Neolitico antico, quasi 8000 anni fa, un'officina litica seminomade insediata sulle dune di sabbia create dal vento sull'altopiano.

Oggi possiamo dire che il sito di Torre Foghe, al margine meridionale della Planargia, deve aver avuto un ruolo fondamentale nei meccanismi di diffusione dell'ossidiana sarda e deve essere stata una delle tappe attraverso le quali l'ossidiana del Monte Arci veniva trasportata verso la Sardegna settentrionale e la Corsica. Sono oltre 2500 i pezzi rinvenuti, con scarti di lavorazione ma anche con circa 600 strumenti e manufatti in ossidiana, che si aggiungono all'industria litica in selce, ai ciottoli di fonolite del Monte Ferru, adattati alle attività agricole.

Nel volume vengono presentati gli ultimi studi sul Neolitico recente, sulle domus de janas come i furrighesos di San Marco a Tresnuraghes, immaginati come labirinti terribili e misteriosi, alle domus di Silattari e di Coronedu a Bosa, fino alle pietre fitte come il bètilo di Pischina 'e Nassa ancora a Tresnuraghes. E poi l'Età del rame, con la muraglia megalitica di S'Albaredda sull'altopiano di sa Sea o come a san Bartolomeo di Flussio. E poi l'Età del bronzo antico, con i nuraghi a corridoio come a Lighedu od a Seneghe a Suni o come a Mulineddu a Sagama. E la grande civiltà nuragica, che proprio nell'area meridionale della Planargia ci ha conservato testimonianze imponenti: il nuraghe Nani, il sistema difensivo sul rio Mannu, gli altri 22 nuraghi elencati nel territorio di Tresnuraghes, che si aggiungono ai 78 nuraghi censiti da Alberto Moravetti per il resto della Planargia: 100 nuraghi in tutto, che hanno una densità notevole, superiore a quella dell'intera Planargia. E poi le "tombe di giganti", come quelle di Martine o di Pischina 'e Nassa, i templi a pozzo, come Puttu a Magomadas, i bètili. E poi l'età fenicio-punica e romana nel retroterra di Bosa, gli scavi di Marco Biagini a Santu Nigola, a Santu Maltine ed a San Giovanni, presso l'antica Magomadas; gli scavi di Antonietta Boninu a San Bartolomeo di Flussio, di Marcello Madau a Sagama ed a Suni, di Maria Chiara Satta nella villa catoniana di S'Abba Drucche a Bosa, i latifondi sul rio Mannu, con i cippi che forse conservano traccia della rivolta di Ampsicora contro i Romani, i popoli africani e sardi rimasti su questo territorio, i Giddilitani, i Muthon, gli Udaddadar, che immaginiamo sconfitti assieme ad Annibale e condannati in età repubblicana a servire nelle terre tra Bosa e Cornus che sarebbero appartenute più tardi alle ricche Numisiae. E accanto alla storia, il mito e le leggende: la vicenda di Calmedia, che giustamente Billia ritiene più antica della falsificazione delle Carte d'Arborea alla metà dell'Ottocento; i toponimi misteriosi, come Porto Alabe con la fontana di zia Pòlita o Su Tìppiri, parola punica per indicare il rosmarino, miracolosamente sopravvisuta nel tempo. L'età romana, tra l'Hermàion akron, il Capo Mercurio, l'attuale Capo Marrargiu, e la foce del fiume Olla a Foghe, ai margini settentrionali del territorio di Cornus, a sud delle foci del Temo e del municipio romano di Bosa, è documentata ad esempio dal bellissimo timbro di bronzo con l'immagine dell'imperatore Caracalla trovata da un pastore di Tresnuraghes oppure dall'ancora di Turas che forse ci testimonia la presenza di un navicularius, L. Fulvius Euthichianus, un appaltatore del trasporto di grano, con proprietà a sud del rio Mannu ed in Sicilia.

Billia Muroni ricostruisce il percorso della strada romana direttissima che collegava Cornus a Bosa, "Su caminu 'osincu", che superava il rio Marafé a Su 'adu 'e su pische (al ponte Sa Fabrica) e dopo aver lambito le falde occidentali del colle Santa Vittoria, attraversava il rio Mannu, costeggiava i nuraghi Nani e Maltine e toccava l'attuale Tresnuraghes, dove non è escluso si possa trovare qualche miliario romano.

La successiva età bizantina è oggi testimoniata paradossalmente dalla malvasia, prodotta nel territorio a denominazione d'origine controllata, ma anche dalle chiese, come dalla chiesetta della Vergine d'Itria a Tresnuraghes, dai santuari, dalle statue, tracce di una devozione orientale documentata dal culto per l'imperatore Costantino. E poi il Medioevo giudicale, la splendida figura di Marcusa de Gunale, nata a Bosa Manna, moglie del giudice di Torres Costantino e madre del giudice Gonario, fondatore dell'abbazia di Nostra Signora di Corte a Sindia; il monachesimo a sant'Ippolito di Sirone, a Caravetta a Bosa, a San Pietro di Scano Montiferro, i Cistercensi ed i Benedettini. Proprio la storia di Marcusa de Gunale, del figlio Gonario e del nipote Barusone, distruggendo il mito di Calmedia, ci parla del momento in cui Bosa Vetus cominciò a coesistere con la nuova Bosa che già si costruiva sotto la protezione del castello. Ci parla di una Bosa Manna amministrata secondo gli ordinamenti giudicali e di un'altra città, più recente, Bosa Nuova, regolata dal marchese dei Malaspina forse già secondo ordinamenti di tipo pisano.

E insieme la curatoria di Frussìa e la successiva curatoria di Serravalle, definita per la prima volta da Billia sulla base dei documenti conservati dal 1341 presso l'archivio della Curia vescovile di Bosa: la Planargia con le sue 12 ville, tra le quali Forssiu, Modol valle, Tribus Noragis o Noraquis, ma anche alcuni centri oggi abbandonati, almeno quattro: Morgeterio o Mogultera presso Montresta, così come Suttamonte, Trigano presso Sagama (o Noraghes de Trigano), Oinu presso Sindia.

E poi la Planargia arborense, Giovanni de Bas Serra imprigionato a Bosa, suo fratello, il giudice Mariano IV, l'ostilità per i Catalani, Bosa che diventa il centro di raccolta e di comando di tutte le forze sarde anti-catalane, gli affreschi che ora Billia attribuisce al vescovo francescano Ruggero Piazza ed al 1360 durante il regno di Mariano IV, infine Ugone ed Eleonora e la pace di Barcellona del 1388 con Giovanni I il Cacciatore; per Eleonora a Tresnuraghes giurarono il maiore de villa Toma de Simala ed i giurati De Logu, Serra, Solinas, de Roma, Sotgiu; e gli abitanti Penna e Seche.

La storia catalana della Planargia inizia con quasi un secolo di ritardo, dopo il naufragio delle forze arborensi e la sconfitta a Sanluri dell'ultimo giudice Guglielmo, per opera di Martino il giovane, con l'assedio di Bosa del 1410 deciso soprattutto dai cannoni catalani per la prima volta usati in Sardegna. Sei anni dopo Trenorachs contava appena 25 famiglie e 100 abitanti, segno di una crisi dovuta alle devastazioni della guerra.

L'epoca catalano-aragonese e spagnola fino alla baronia è oggi meglio conosciuta grazie soprattutto agli studi di Cecilia Tasca ed ai documenti ritrovati attraverso l'archivio del Comune di Bosa: ma ancora un anno fa Billia si interrogava sul contrasto tra la città reale, Bosa, che si vede riconoscere gli antichi privilegi, e la Planargia, controllata militarmente dal feudatario e dal castellano, sottoposta ad esazioni ed a tributi spesso intollerabili. Il feudo del Castello comprendeva 8 ville, inclusa Trigano ormai quasi spopolata. Quindi il ruolo dei Villamarì, la baronia, il porto, la raccolta del corallo, la conferma degli antichi privilegi per la città regia, i diritti doganali, la costruzione delle torri costiere, la rinascita di una comunità che espresse alcune delle figure centrali del '500 isolano, il canonico Gerolamo Araolla, il poeta Pietro Delitala, amico di Torquato Tasso, per non parlare di Giovanni Francesco Fara, vescovo per pochi mesi nel 1591, che rappresenta il vertice di quell'umanesimo tardo che in Sardegna si sviluppò alla fine del XVI secolo.

Billia Muroni presenta con brevi schede queste grandi figure, ma entra forse per la prima volta nella vera storia della Planargia, affrontando i temi sociali, gli aspetti economici, le sopraffazioni e gli abusi degli ufficiali regi, ma anche le malattie, come la malaria, le pestilenze, la mortalità infantile, il malcostume del clero, la stregoneria, le eresie, le vendette personali, l'attività dei tribunali dell'Inquisizione, il contrabbando, l'esercito, gli atti di eroismo e di vigliaccheria, i barracelli, la nascita della nobiltà locale. E ancora i pirati saraceni e le vicende dello stendardo sequestrato dal ventenne di Tresnuraghes Giovanni Maria Poddighe nel 1684 e conservato a Magomadas: episodio che dimostra l'incapacità delle autorità spagnole di proteggere la costa, anche dopo la costruzione delle torri costiere, di Foghe, S'Ischia Ruggia, Columbargia, la torre del porto di Bosa e Torre Argentina, tutte collegate al Castello.

E poi il risveglio della chiesa post-tridentina, la fondazione del Seminario ad opera dei Gesuiti, le confraternite in Planargia ed i gremi dei sarti, dei calzolai e dei fabbri a Bosa; argomenti ai quali Billia in passato ha dedicato studi preziosi.

A partire dal '700 Billia Muroni può utilizzare più ampiamente la documentazione da lui stesso scoperta e pubblicata alcuni anni fa nel volume Gente di Planargia: il riformismo sabaudo, la colonia dei Greci a Montresta, Greci massacrati in pochi decenni dai pastori bosani, la fine del feudo della Planargia, l'esproprio e l'inventario dei beni posseduti dai feudatari, come a Luzanas, a Sa Mandra 'e sa Giua, a Su Lacchedu, a Pianu Idili, a S'Olia in territorio di Tresnuraghes. La fine dei diritti feudali, il feu in grano, il diritto di gallina pagato solo dagli ammogliati, che forse sostituì l'arcaico ius primae noctis, il tributo agricolo Llaor de corte, il vino mosto, il deghino, il segno porci, il diritto di 21, il bue de carrarzu, i diritti per il formaggio, la lana, le fornaci, i branchi di maiali, l'orzo, la semina nei terreni demaniali, ecc.

Billia studia la ripartizione dei territori dei villaggi in vidazzoni per la coltivazione comunitaria e paverili per il pascolo, come nel Marrargiu di Tresnuraghes, o a S'Ena oppure a Pischinas di Magomadas ed a Sirone di Suni.

È possibile così comprendere le ragioni dei ripetuti disordini, i commovimenti, le agitazioni come i moti del grano di Sindia del 1790, la rivolta di Bosa tre anni dopo, la cacciata dei Piemontesi del 1794, le proteste antifeudali di Suni del 1795, l'adesione di Tresnuraghes alla rivolta di Giommaria Angioy del 1796, la repressione militare dei disordini affidata ai nobili bosani don Francesco Marcello, Gavino Passino, il conte Enrico Piccolomini e gli stessi canonici della cattedrale di Bosa, ansiosi di mantenere gli antichi privilegi e guidati dal vicario diocesano can. Borro, fratello della marchesa della Planargia. Muroni studia soprattutto la storia dei vinti, la tragica storia dei seguaci locali dell'Angioy, gli sfortunati sostenitori delle riforme e della democrazia, schiacciati dalla feroce repressione sabauda, come i fratelli Rocca, don Salvatore Virdis Deliperi, capogiurato della consiglieria cittadina, don Pietro Uras, suo vice, Giommaria Tolu, il notaio di Tresnuraghes Giuseppe Sias, i Delitala di Sindia, i Dettori di Suni, compreso il delegato di giustizia.

È interessante osservare che una percentuale altissima dei sacerdoti documentati tra i rivoluzionari proveniva dalla diocesi di Bosa: Muroni elenca 14 sacedoti, tutti attivamente schierati con l'Angioy. Raimondo Turtas ha tentato una spiegazione, ricordando che tanti sacerdoti aderirono alla rivolta forse maturando questa decisione nell'esperienza diretta della cura animarum, in un'area geografica, la Planargia, dove il disagio, la fame, la povertà e le malattie dovevano essere arrivati a livelli di terzo mondo, dove i fedeli dovevano essere quotidianamente oppressi dalle angherie baronali.

L'Ottocento vede Bosa capoluogo di provincia, sede di prefettura e di comando militare di piazza: con il restauro della cattedrale di Bosa e con la fabbrica della chiesa di San Giorgio a Tresnuraghes inizia in Planargia una serie di opere pubbliche che consentono a Muroni di parlare di "risorgimento planaregese", dopo la svolta radicale determinata dall'editto delle chiudente e dalla fine del feudo. Sono gli anni della cartiera sul rio Mannu e più tardi dei numerosi caseifici.

Billia si sofferma ad illustrare la storia meno nota, come il naufragio nella località Sa barca isfatta della nave spagnola Vencedor, armata di 74 cannoni, il cui relitto è stato localizzato sulla spiaggia di Columbargia. E poi le vicende della scuola a Bosa ed in Planargia ed alcune figure significative, come l'avvocato Gavino Fara, il cav. Luigi Passino, primo deputato al Parlamento subalpino dopo la «perfetta fusione» della Sardegna con gli Stati di terraferma e la rinuncia all'autonomia parlamentare. Il generale Agostino Fara, eroe di Peschiera e di Novara, il can. Gavino Nino, tra i protagonisti della falsificazione delle Carte d'Arborea, un vero romanzo storico, la cronaca di una nazione inventata. Il garibaldino Giuseppe Dettori della brigata «Bixio». Sono proprio queste figure ad introdurre il tema della sardità e della nazione sarda nel dibattito risorgimentale, quando si incontrarono secondo Giovanni Lilliu l'arcaica Sardegna stamentaria e l'idea dell'Italia unita.

Trattando del processo che porterà all'unità d'Italia, Billia Muroni presenta le grandi figure che svilupparono in Planargia la cultura della sardità e insieme il dibattito risorgimentale. Mentre bande armate continuavano a scendere dal Montiferru arrivando a depredare nel 1867 l'esattore delle imposte di Tresnuraghes e compiendo impunemente bardane e grassazioni, l'avv. Luigi Canetto iniziava la sua battaglia per una democrazia più matura, candidandosi alla Camera e scontrandosi con l'ex ministro della Marina mercantile Efisio Cugia, espressione della destra più reazionaria. L'avv. Canetto, repubblicano convinto, massone, anticlericale, si batté per promuovere profonde trasformazioni culturali, morali ed economiche, fondando un giornale ed impiantando sul Monte Minerva a Villanova una moderna azienda zootecnica, con animali importati dalla Svizzera. Fu lui a fondare a Tresnuraghes nel 1889 la Società operaia di mutuo soccorso, divenendone presidente onorario, non vigilando sull'autonomia degli operai, perché «il popolo non ha bisogno di direttori spirituali né temporali, il popolo sa dirigersi da sé; anzi deve dirigersi da sé, non deve lasciarsi dirigere da nessuno». Sua figlia Maria, come è noto, avrebbe sposato Carlo Bakunin, il figlio del rivoluzionario russo Michele.

La vicenda del porto di Bosa rende bene la delusione post-unitaria, anche se la fine dell'Ottocento registra un risveglio culturale segnato dalla nascita delle Società operaie di mutuo soccorso e dalla pubblicazione nella tipografia vescovile dei giornali L'imparziale, Il Temo, La nuova Bosa, La Sentinella Bosana, titoli che ci portano agli anni successivi alla domenica di sangue ed alla rivolta popolare del 14 aprile 1889, studiata nel bel volume di Antonio Naitana, che Billia non ha potuto leggere.

La crisi di fine secolo è testimoniata nei canti di Giovanni Nurchi e di Sebastiano Moretti a Tresnuraghes, vero e proprio megafono – sono parole di Muroni – del pensiero diffuso tra larghi strati della popolazione più emarginati.

L'età giolittiana apre il periodo dell'emigrazione in America Latina, con esperienze straordinarie e drammatiche, mentre nel primo dopoguerra si afferma in Planargia il sardismo antifascista. Al gruppo di sardisti passati al fascismo aderì il poeta Sebastiano Moretti, che aveva già promosso, appena rientrato a Tresnuraghes, dopo un esilio ventennale, l'apertura della prima sezione planargese del fascio fin dal dicembre 1922, con un centinaio di iscritti.

Il volume si chiude con la cronaca più recente: la figura di Palmerio Delitala fondatore del Partito popolare e poi nel secondo dopoguerra della Democrazia Cristiana, i fratelli Melis, Melkiorre e Federico, ai quali recentemente è stata dedicata una mostra al Padiglione dell'artigianato di Sassari, ma anche Pino, elegante illustratore, ed Olimpia, con la sua azienda per la produzione del filet.

Il volume prosegue mettendo in evidenza le grandi figure di politici e di studiosi e di artisti espresse dalla Planargia, seguendo il processo di profonda trasformazione vissuto dal territorio, fino alla difficile rinascita ed agli anni dell'autonomia regionale e dello sviluppo turistico, quando la sociologa americana Carol Counihan ha potuto illustrare il processo di omologazione e di perdita dell'identità, l'impatto che la modernizzazione ha avuto sui modi di vita tradizionali, ai quali Billia guardava con ammirazione e con rimpianto.

Billia Muroni ci ha insegnato ad amare un territorio straordinario, ricco di memorie storiche e di emergenze culturali e ci ha mostrato che anche la microstoria della Planargia ha una sua dignità e caratteri peculiari, all'interno della più vasta storia della Sardegna, segno della diversità e della originalità di queste comunità.

Da qui bisogna partire per fare veramente di Bosa e della Planargia insieme un ideale e sofisticato luogo di soggiorno, in un ambiente di elevata qualità, molto caratterizzato ed originale.



Tiu Antoni Stara

Sicuramente in tanti a Tresnuraghes, e non solo a Tresnuraghes, ricordano la figura di Tiu Antoni Stara. Uomo solo apparentemente burbero, provetto cacciatore, sapiente depositario di memorie locali, profondo conoscitore e appassionato di poesia dialettale estemporanea. Per lui recitare intere ottave di Sebastiano Moretti era pane quotidiano. 

Curiosando negli archivi di Regione Sardegna Digital Library ho scovato una vecchia registrazione di un'intervista a lui fatta da Gigi Oliva che ha la seguente presantazione:

Intervista a Stara Antonio:

Grande appassionato di poesia improvvisata, nel corso della sua vita il signor Antonio Stara ha potuto ammirare in qualità di spettatore i grandi poeti estemporanei del passato come Pitanu Morette, Remundu Piras, Pepe Sozzu e molti altri. Lui stesso ha fatto parte dei comitati di organizzazione in occasione delle principali feste del paese quali San Marco e Santu Triagu. Per gran parte dell'intervista recita ottave a memoria. 


Ecco il video dell'intervista:

Crea il tuo sito web gratis! Questo sito è stato creato con Webnode. Crea il tuo sito gratuito oggi stesso! Inizia